“Noi non ereditiamo la Terra dai nostri genitori. La prendiamo in prestito dai nostri figli”

Negli ultimi decenni l'impatto delle attività umane sul mondo ha determinato profondi sconvolgimenti ambientali, sociali ed economici.
Dagli anni '60 è nata e cresciuta la consapevolezza che le politiche ambientali non possono essere separate dalle scelte economiche e sociali. Si è iniziato a mettere in discussione il modello di sviluppo prevalente, focalizzato sulla sola crescita quantitativa e sull'aumento di reddito e della produttività. Al suo posto si è via via affermata una prospettiva di sviluppo collegata alla qualità della vita, che ha tra gli indicatori: l’equità tra i popoli, la giustizia intergenerazionale, la salvaguardia dell'ambiente, ed una più equilibrata distribuzione delle risorse.
Con l'affermarsi di questa prospettiva e la presa di coscienza dei limiti del modello di sviluppo tradizionale, si è approdati ad un concetto di sviluppo integrato, lo sviluppo sostenibile, che tenga conto di tre dimensioni inscindibili e collegate: l'ambiente, l'economia e la società.
Il lungo processo che ha fatto approdare a questa definizione di sviluppo è stato caratterizzato dalla trasformazione dell'idea di sostenibilità in differenti forme e dimensioni. 

Cerchiamo di ripercorrere alcune tappe (accordi, dibattiti e documenti internazionali) che hanno contribuito alla nascita ed all'evoluzione dell'idea di sviluppo sostenibile, al fine di cogliere il reale significato di questo pensiero.

Il 1972 è un ottimo punto di partenza, dato che in quell'anno ebbero luogo differenti avvenimenti, espressione di quel nuovo concetto di sviluppo che a livello teorico prendeva sempre più piede. Furono dunque gettate le basi che costituiscono tutt'ora le fondamenta su cui ha poggiato tutto il pensiero collegato alla sostenibilità.
In quell'anno fu redatto infatti il Rapporto del Club di Roma dal nome Limits of Growth, che pur non utilizzando esplicitamente l’espressione sviluppo sostenibile, ebbe il merito di far entrare nel dibattito internazionale il tema dell'insostenibilità del modello di sviluppo classico.
Nello stesso anno a Stoccolma si tenne la Conferenza delle Nazioni Unite in cui, per la prima volta, le questioni ambientali furono discusse a livello globale. 
Sempre nel 1972 fu inoltre istituito il United Nations Environment Programme (UNEP), con sede principale a Nairobi, considerato come la voce ambientale dell'organizzazione.

Fu solo nel 1980 però che per la prima volta il termine "sviluppo sostenibile" comparve ufficialmente in un documento internazionale, la Strategia Mondiale per la Conservazione, redatto dall’IUCN (World Conservation Union), dal UNEP e dal WWF. In tale documento si affermò che "per affrontare le sfide di una rapida globalizzazione del mondo, una coerente e coordinata politica ambientale deve andare di pari passo con lo sviluppo economico e l'impegno sociale".

Passarono tre anni dalla Strategia Mondiale per la Conservazione e nel 1983 fu istituita con una risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la World Commission on Environment and Development (WCED), commissione indipendente con il compito di proporre linee guida per azioni di intervento concrete e per formulare una strategia complessiva per l’ambiente entro il 2000.

Nel 1987 il Rapporto Our Common Future (Il nostro futuro comune) della del WCED, noto anche con il nome di Rapporto Brundtland (dal nome della sua presidente Gro Harlem Brundtland, la prima donna divenuta capo del governo in Norvegia nel 1981), definì esplicitamente il concetto di sviluppo sostenibile, come quello sviluppo capace di soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere quelli delle generazioni future.

Nel 1991 il rapporto Caring for the Earth  (Prendersi cura della Terra) redatto dal IUCN, UNEP e WWF, ebbe l'obiettivo di definire in maniera più chiara ciò che significa sviluppo sostenibile e lo definisce come il “soddisfacimento della qualità della vita mantenendosi entro i limiti della capacità di carico degli ecosistemi che ci sostengono”.

Questa nuova prospettiva fu riaffermata in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo (Earth Summit), tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992. Durante il vertice la comunità internazionale riuscì ad accordarsi su un documento programmatico definito, l'Agenda 21, che contiene le linee guida cui devono ispirarsi progetti di sviluppo sostenibile. In questo documento viene assegnato al ruolo attivo e principale alle popolazioni ed alle autorità locali, sottolineando la stretta connessione tra gli aspetti globali e  locali, espressa dallo slogan “Think globally, act locally" (Pensa globalmente – Agisci localmente).
Da Rio '92 emerge l'idea che uno sviluppo che voglia essere realmente sostenibile debba prevedere l'intreccio indissolubile tra le problematiche della giustizia economica e dell'equità sociale.

Durante il World Summit on Sustainable Development (Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile) , tenutosi a Johannesburg nel 2002, fu approvato il Programma d’Azione per rilanciare i temi della sostenibilità. Il summit fu un'occasione per incoraggiare la realizzazione degli obiettivi fissati a Rio de Janeiro e ha definito nuovi impegni politici da parte di tutti i Paesi nel cammino verso lo sviluppo sostenibile. Alla conferenza fu sottolineata l’importanza dell’Agenda 21 e la necessità di applicarla con coerenza a livello globale. Al termine del Vertice fu approvato il piano di attuazione (Johannesburg Plan of Implementation) che ha fissato nuovi obiettivi in alcuni ambiti come i prodotti chimici e i rifiuti o la biodiversità.

In fine nel 2012 si è tenuta la Conferenza Rio+20 in Brasile. I due temi principali sono stati lo sviluppo di un’economia verde e la riduzione della povertà. Gli obiettivi della conferenza erano fondamentalmente tre: rinnovare l'impegno allo sviluppo sostenibile; valutare le lacune delle politiche precedenti; riconoscere e affrontare le nuove sfide. Sono però state numerose le critiche a questa conferenza, che è stata ritenuta effimera da molti operatori.

In conclusione, volendo dare una definizione unica di sviluppo sostenibile, e cercando di ricavarla dai principi e dai concetti che ritroviamo negli accordi internazionali citati, possiamo affermare che: lo sviluppo sostenibile è un modello di sviluppo che ha l'obiettivo di ricercare soddisfacenti modalità di vita per tutti, senza mettere in pericolo la nostra sopravvivenza sul pianeta.
In quaranta anni di accordi, conferenze e documenti internazionali, meeting e intese bilaterali, studi e ricerche, che senza darcene conto influenzano gradualmente il nostro quotidiano, l'evoluzione del pensiero del nuovo modello di sviluppo è stata notevole. A tale evoluzione teorica ha corrisposto una seppur lenta evoluzione delle misure pratiche e legislative. E' certo che ci sia stata la diffusione di una cultura della sostenibilità a livello globale, ma pare anche evidente che si dovrà ancora lavorare molto per raggiungere l'obiettivo di una società realmente sostenibile.